Sénégal: Dakar – 28/04/2010 Babacar, un teppista in giacca e cravatta

4 Maggio 2010 Commenti chiusi

Per chi non lo sapesse, da ottobre 2009 vivo a Dakar, capitale del Sénégal.

Non ho saputo nulla dell’esistenza di Babacar finché un giorno al telefono Salif mi ha detto che c’erano in casa Boss, sua moglie e Babacar. E dopo qualche istante mi son ritrovata a parlare con lui al telefono. Si, parlare. Io parlavo, ma lui il francese mica lo capiva.
Le uniche parole che gli ho sentito pronunciare sono state “Tata Roberta, na nga def?”.
Tata Roberta. Mi considera già una zia. E finalmente a agosto 2009 ho incontrato Babacar. E’ uno tra gli esseri umani più intelligenti che io abbia mai incontrato. Ascolta tutto quel che gli viene detto, ripete le cose che gli sembrano più interessanti e degne di essere ripetute agli altri, fa dei commenti quando guardiamo il telegiornale, fa domande sul mondo. E le fa in wolof. E dannazione, io non posso rispondere.

A agosto è successo che il bagno della casa di Salif si è intasato. Per almeno due settimane siamo stati tutti costretti a andare a fare i nostri bisogno da Ivonne, la vicina di casa. Uscivo col mio bel rotolo di cartaigienica, salutavo i boy del quartiere uno per uno con una stretta di mano e “toc toc, Ivonne, devo andare in bagno”. In realtà dicevo “je dois saluer la grande-mère” (devo salutare la nonna). Qui non puoi dire “dovrei cagare” o cose del genere. Forse non si può dire neanche in Italia.

Ma Babacar, lui lo dice. Lui dice “devo andare a cagare”. Lo dice in wolof e io ora lo capisco. Insomma, lui si fa capire benissimo. Un giorno tutti ridevano per qualcosa che Babs aveva detto. Ovviamente avendola detta in wolof, come tutte le altre volte, io non potevo ridere. Ma dato che stavolta sembrava davvero più divertente del solito, ho chiesto cosa stesse succedendo. Ebbene si, Babacar aveva detto “oggi devo cagare e ci vado da solo. Non ho bisogno che mi aiutiate”.

Anche Waré non usa mezzi termini. Se deve pisciare, dice che deve pisciare, se deve fare qualcos’altro dice che deve fare qualcos’altro. Io adoro le persone che arrivano direttamente al dunque. Il Senegal mi ha offerto miliardi di esempi di persone che per dirti una cosa, passano per Patte d’Oie, fanno un giro per Grand Yoff, arrivano a rond-point di Liberté 6, percorrono Front de terre fino a Castor. E arrivano agli HLM per dire qualcosa che si poteva dire con parole meno equivoche e che darebbero adito a meno fraintendimenti.

Qui se chiedi come stai, ti dicono sempre che va tutto bene. Se chiedi cos’hai fatto oggi, le risposte sono vaghe: “ho fatto cose, ho visto gente, ho mangiato qualcosa, sono andato da qualche parte per fare qualcosa che qualcuno mi ha spedito a fare”. Perché c’è questa reticenza a raccontarsi? Boh! Fatto sta che qui di tutti si sa tutto e niente. Ma soprattutto niente. Per fortuna Babacar, lui ti racconta che a scuola si è battuto con qualcuno, che ha imparato a cantare La Illah Ilah allah, che l’acqua della sua borraccia è finita prima della fine della giornata e che è troppo stanco per mangiare con noi, però se c’è della carne…

Quando finalmente i lavori per il bagno sono iniziati, Babacar si è dato un gran da fare. Dopo che il tubo con la “grande-mère” di tutti i vicini è stato estratto dal terreno, Babacar ha preso una paletta e una scopa dicendo “ora ho un lavoro da fare, non disturbatemi”. E ha accennato a spazzare e raccogliere. Ma forse per lui era solo un gioco. In casa c’era un gran odore di “grande-mère”, e anche lui, con tutta la sua buona volontà, è stato costretto a uscire per respirare, abbandonando così il buon proposito di aiutare a pulire. E alla fine ha comunque detto “oggi ho lavorato troppo, sono stanco”.

Babacar non era mai stato al mare. E un giorno d’agosto ho detto a Adja: “dai, sabato andiamo a Voile d’Or”. Babacar non capendo il francese, ha chiesto cosa stessimo dicendo. E’ fantastica la sua curiosità. Insomma, qui normalmente mi si dice che se io non capisco non devo passare tutto il tempo a chiedere o finisco di spaccare i pallini a tutti. Io sinceramente continuo a chiedere. E Babacar pure. E è per questo che io e lui siamo così intelligenti. Si, non sono modesta. Dico le cose come stanno. Io sono intelligente. Sono anche molto ignorante. E è grazie alla mia intelligenza che posso ammetterlo senza vergogna.

Insomma, fatto sta che un bel sabato d’agosto portiamo Babacar al mare. Siamo io, Salif, Adja e Babacar. Io e Salif li abbiamo recuperati vicino a Colobane e da li siamo partiti per la spiaggia. Babacar prende confidenza con la sabbia e comincia a mangiarla. Capisce subito che non è che sia proprio buona da mangiare, però per qualche strana ragione, per tutta la giornata continua a averne dentro la bocca. Dopo l’entusiasmo mostrato per la sabbia, è arrivato il terrore per il mare. Non aveva mai visto nulla di simile. Quando ha visto che entravo in acqua per nuotare, ha iniziato a gridare “Roberta va a fare la doccia, ma io non ci andrò mai! La vasca è troppo grande”.

Salif l’ha preso e l’ha costretto a entrare in acqua. Babacar ha gridato come un pazzo. Pur di poter uscire diceva “SONO MALATO, HO IL RAFFREDDORE, HO L’ASMA, HO DELLE MALATTIE, voglio andare a casa”. Insomma, l’incontro tra Babacar e il mare non è stato proprio gradito. Salif è stato fantastico con lui. Lo rassicurava, lo teneva tra le sue braccia come se fosse suo figlio. Non dimenticherò mai quanto l’ho amato quel giorno. “Sarà un padre perfetto”, pensavo.

Salif quando è con i bambini è un educatore. Non perde occasione per fargli sapere quello che è bene e quello che è male, come si devono fare delle cose e come non si devono fare delle altre. E’ un esempio per molti bambini del quartiere.

Babacar nonostante tutti i tentativi da parte nostra di fargli piacere quest’immensa distesa d’acqua, continua a gridare ogni volta che lo portiamo troppo vicino alla riva. Non c’è verso. Non gli piace e basta. Quando vede che vado sott’acqua urla e dice che sono morta. Insomma, questo mare è un assassino.

Nonostante il terrore del mare, Babacar si diverte un sacco. Fa tutto quello che fanno i grandi, fuorid all’acqua. C’era un gruppo di ragazzi che faceva flessioni. Le ha volute fare anche lui. C’erano i lottatori. Ha passato una buona ora a cercare un compagno da combattere. Quel giorno c’erano bambini troppo grossi a Voile d’Or.

Un giorno mentre ce lo spupazzavamo, io e Salif abbiamo notato una strana protuberanza nello stomaco di Babs. Chiediamo a Adja se ha mai visto questa cosa. Lei dice che ce l’ha da quando è nato e che sua madre (di Adja) dice che è tutto normale. Ora, con tutta la stima che si può avere per una donna anziana, come fa a dire che è normale un bozzo enorme che sporge dal ventre di un bambino?

Dico a Salif che deve informare Boss. Lui dice che lo farà. Passano i giorni e finalmente mi decido a chiedere a Salif se ha detto a Boss dello stomaco di Babs. Mi dice che non ha avuto il tempo. Certo, con tutte le cose che aveva da fare, non ha avuto il tempo. Qui tutti se ne fottono della salute di tutti, anche se si tratta di un bambino.

Al che una sera, prendendola un po’ alla larga (da Patte d’Oie per Grand Yoff e compagnia bella) chiedo a Boss se ha mai notato lo stomaco di Babacar. Salif facendo come uno che si era dimenticato, ma che non doveva mostrare di essersi dimenticato, dice che si, era un po’ di giorni che rifletteva su sta cosa. Insomma, facciamo vedere a Boss questo “problema”, che io dico che è un problema, ma qui i problemi sono tutti relativi.

Tanto relativi che questo problema non è stato ancora affrontato. Insomma, Boss dice a Adja di portare il piccolo a fare un controllo, lei ce lo porta dopo mesi. Le dicono che Babs deve essere operato ma prima bisogna fare una radiografia. Si decide di attendere luglio, perché non ci sarà la scuola. Ma insomma, una radiografia gli farebbe perdere solo una giornata di asilo… insomma, che sarà mai. Niente, inutile da parte mia insistere. Dobbiamo aspettare luglio.
E così se Babs ha un problema grave, lo sapremo a luglio, e se sarà troppo tardi, ça ira incha allah.
Su questa cosa mi sono arrabbiata molto sia con Boss, sia con Adja, sia con Salif. Devo solo imparare a farmi i fatti miei e diventare un po’ senegalese, fottendomene della salute di tutti.

In questi giorni io sono malata, e mi è stato detto anche che è grave, dal farmacista. Ieri avevo la febbre alta, e ero sola. Sola. Sola perché le malattie tengono lontane le persone. E’ meglio non vedere qualcuno che soffre. Per cui torneranno tutti quando starò meglio. L’unico che si preoccupa per me, è il mio vicino Babu. Insomma, Babu mi ha suonato alla porta pure stamattina alle 7 per sapere come sto.
Non dico di fare la processione e venirmi a trovare, ma almeno un sms per sapere se sono viva, mi farebbe piacere.

Quando io e Salif siamo stati in Gambia non abbiamo fatto molto. Però nel poco che abbiamo fatto, un giro al mercato non ce l’ha tolto nessuno. E così la mattina alle 9.00 abbiamo fatto un tour alla ricerca di tutto e di niente. A Banjul non sembra di essere tanto lontani da Dakar. Ti rendi conto di essere a Banjul solo perché ogni tanto qualcuno parla inglese. Per il resto, al mercato devi fare le stesse lotte che fai al mercato di Sandaga e alla fine la spunti sul prezzo, perché ci sei abituata.

Bando alle ciance, mentre passeggiamo tra le bancarelle vediamo dei completi bellissimi per marmocchi. E uno in particolare ci colpisce e ci fa esclamare contemporaneamente “BABACAR!”
E ridiamo.

Dico, dai, chiediamo il prezzo, se costa troppo non lo prendiamo. Iniziamo dunque una trattativa e riusciamo a spuntarla alla modica somma di 4000 franchi CFA. Il completo comprende, giacca, pantaloni, cravatta, camicia e gilet. Ci guardiamo soddisfatti e non vediamo l’ora che arrivi il momento di dare il regalo a Babs. Sarà un ometto splendido. Si, a capodanno farà un figurone.

E così di rientro a Dakar, una sera tiriamo fuori questo vestito per piccoli manager. Adja comincia a ridere, tutti ridiamo e Babs si illumina e sorride e ride perché capisce che sarà il bambino più elegante degli HLM.
Ma dopo pochi minuti lo vediamo riflettere serio. Rompe il silenzio esclamando: “DOVE SONO LE SCARPE?”

Giusto. Dove sono le scarpe? Babacar sa che per vestirsi bene non basta il vestito ma servono anche delle belle scarpe.

La prova vestito viene superata 10 e lode. Salif prende delle foto di questo piccolo signore pieno di stile. E ecco che Babs, con il suo abito da festa comincia a correre e buttarsi sotto le panche.
Capiamo che il vestito è proprio comodo. Può giocare come se avesse i pantaloncini e la canotta.

Un teppista in giacca e cravatta correva per tutta casa a mostrare quanto fosse bello rispetto agli altri marmocchi fuori per strada.

A capodanno Babs arriva a casa di Salif vestito così. In giornata era stato a un matrimonio e ha detto a tutti “E’ tata Roberta che mi ha regalato questo”. Un matrimonio di gente sconosciuta ha sentito il mio nome ripetersi per tutta la giornata. Grazie a Babacar si può diventare famosi.

Il 30 gennaio 2010 la casa di Salif viene stravolta da una notizia terribile. E’ pomeriggio e Daba riceve una telefonata da suo fratello che sta al villaggio. Il piccolo Salif, di nove anni, figlio di Daba, è morto. Lo scopriamo perché Daba inizia a urlare per tutta casa e a correre come una disperata in cerca di una meta che possa darle sollievo. Urla, piange, invoca il nome di suo figlio “bébé Salif”, si butta per terra. Riusciamo a fermarla in camera. Salif le chiede “cosa è successo?”. “bébé Salif è morto”.

Zitti.

Non diciamo niente. Adja, Maguette io e Salif riceviamo per osmosi il dolore di Daba e io potrei anche strizzare il mio cuore per farne uscire solo lacrime. Tutto il quartiere ha sentito le urla venire dalla casa e piano piano i preoccupati si sono presentati alla porta della stanza di Daba. Sarr è tra i primi. Tutti nel ricevere la notizia vengono colpiti da una tristezza profonda. Ma Sarr è quello che ho visto più toccato. Sono andata con lui in camera di Salif perché ho visto che non stava affatto bene. E neanche io a dire la verità. Ci siamo abbracciati e siamo scoppiati in lacrime tutt’e due. Forse non ne abbiamo il diritto, forse dobbiamo solo cercare di tenere duro per Daba e fare del nostro meglio da allora in avanti per darle un po’ di conforto. Niente, le lacrime uscivano e anche i “perché?”…

In tutta questa tristezza generale che ha colpito tutti, Babacar è l’unico che sembra poter mantenere il controllo e cercare davvero di fare qualcosa per Daba. Non vuole che quel dolore resti a lungo tra le mura di casa, e così decide di piazzarsi in camera di Daba, insieme a Adja, Maguette e me, a fare il suo solito: parlare da solo, ridere, giocare con ciabatte, valigie e tutto quel che si poteva spostare.

Daba gli urla: “Babacar bay lin gay deff”. Che vuol dire “SMETTILA”.
Probabilmente in quel momento Babs gli faceva pensare più che mai al suo bimbo che non aveva potuto salutare, e abbracciare per l’ultima volta.

Faccio cenno a Babacar di seguirmi giù, nel soggiorno. Lui mi urla “NO”. Non vuole essere escluso da quel che stava succedendo. Lui si ritiene grande abbastanza per queste cose.
Daba e Adja iniziano a preparare le valigie per partire al villaggio. Io sarei dovuta andare con loro, ma ho deciso di stare con Maguette per non lasciarla dormire da sola la notte. D’altronde, ha solo 16 anni.

Ripeto a Babacar di venire con me, che saremmo andati a prendere qualcosa di buono alla boutique. Lui se ne batte il pippo. Questa volta non l’avrei incastrato così facilmente. Sapeva che di li a poco sua madre sarebbe partita e lui voleva partire con lei. Per cui venire con me significava rischiare di non ritrovarla in casa al rientro dalla boutique.

Adja, Daba e Salif lasciano la casa tra il dolore di tutti e le urla disperate di Babacar che non voleva dormire da solo con suo padre quella notte.

Babacar ama profondamente sua mamma. Ama tantissimo anche suo padre. E si vede. E li rispetta. E si vede. Io vorrei un figlio come Babacar. E’ sveglio, è intelligente, è sensibile, è vivace, è conosciuto e amato da tutti, è dolce, è bello, è generoso. Si è generoso. Quando ha un pezzo di pane con cioccolata, se Salif glielo chiede, lui non lo divide a metà per “partager”. Glielo da tutto.

Babs sta attento a tutto quel che viene detto. Un giorno va da Ivonne e le dice :” ha detto mia mamma che se non le dai i suoi soldi, chiama la polizia”. Probabilmente ha sentito Adja parlare con Daba del fatto che Ivonne le dovesse dei soldi indietro, e non ci ha pensato due volte per andare a difendere i diritti della sua mamma.

28 aprile 2010, Babacar ha compiuto 4 anni e io non ho potuto festeggiarlo a causa della mia gamba. Adja è venuta qui a portarmi del Firiir (pollo, patatine fritte, salsa, insalata) in modo che non mi sentissi esclusa dai festeggiamenti. Salif mi ha detto che ha gradito il mio regalo e che ha passato tutta la serata a ricordare a tutti che quella giornata era per lui.
Salif gli ha detto: “Babacar, fino a mezzanotte puoi fare tutto quello che vuoi, ma dopo mezzanotte il tuo compleanno è finito”.

Babacar ha capito tutto. Ci ha pensato un po’. Ha preso la bicicletta dal cortile e ha iniziato a pedalare per il soggiorno. Ne aveva diritto fino a mezzanotte.

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Io sono una ex modello

1 Febbraio 2009 8 commenti

Io sono una ex modello. Credo che non ci sia al mondo un’altra ex che si comporti come mi comporto io.

Una storia finisce? Io cancello il numero di quello che è stato il mio compagno fino a quel momento e evito di sentirlo ancora. Se mi chiama non rispondo, se manda sms non rispondo. Che senso avrebbe sentirlo ancora? Il senso ce l’avrebbe se volessimo cercare di essere amici. Amici. Esiste l’amicizia tra due persone che si sono amate fino a un certo punto e poi hanno deciso di non amarsi più?

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9 Giugno 2008 7 commenti

Piove parecchio da qualche settimana. E allora che posso fare a casa, se non rimettermi a scrivere?

E’ tanto tempo che non lo faccio. E soprattutto è tanto tempo che non metto niente sul blog. Niente di mio intendo. Di mio mio. Mi rendo conto che da quando sono tornata dal mio primo viaggio in Kenya, la mia testa è stata completamente assorbita da cose da fare per ritornare li, per dare una mano ai miei amici con il lavoro, per seguire l’istruzione di alcuni bambini che mi sono presa a cuore e tante altre cose. E io sono scomparsa. Sono stata risucchiata da pensieri per l’Africa. E la mia vita di tutti i giorni è andata comunque avanti. Di cose ne sono successe, eccome se ne sono successe.

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I miei occhi ci vedono benissimo

22 Novembre 2007 8 commenti

C’è una cosa che succede da un po’ di tempo a questa parte. Il mio rientro dal Kenya e le cose che faccio laggiù hanno convinto molte persone che io possa essere una di quelli che salverà il mondo.
E allora è partita una serie di mail che arrivano costantemente sulla mia casella, di persone che mi segnalano iniziative organizzate da diverse associazioni per aiutare i bambini d’Africa.
Dove sta il problema? Ogni nuova iniziativa per me è da tenere in considerazione e da diffondere per sensibilizzare anche i cuori di pietra. Dunque nessun problema, se non fosse che i miei occhi, che seppur accecati da miopia ci vedono benissimo, vedono che chi mi manda quelle mail non aderisce a nessuna delle iniziative che mi inoltra.

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